Marco Aurelio: l’ideologia del “Far Giustizia” e l’esimente ante-litteram dell’infermità mentale (di Riccardo Radi)

Marco Aurelio aveva una caratteristica che pochi possiedono e ancor meno coltivano: la profonda severità verso i propri comportamenti e l’indulgenza nei confronti degli altri.

Il senso del come “Far giustizia” è racchiuso in questa frase: “Non ti devi sviare, ma in ogni aspetto della tua attività devi far giustizia e in ogni tuo giudizio mantenere comprensione”.

Marco Aurelio scrisse i “Ricordi” nei ritagli di tempo che gli lasciavano le gravi cure del governo e le ripetute campagne di guerra contro le tribù germaniche.

Il titolo originale dell’opera in lingua greca suona “Colloqui con se stesso”; difatti, non è altro che una raccolta di riflessioni private, un diario teso ad arrivare alla più profonda conoscenza di se stesso.

L’imperatore filosofo non era solo un uomo contemplativo ma assai fattivo e secondo lo storico Edward Gibbon il regno di Marco Aurelio fu: “l’unico periodo della storia in cui la felicità di un grande popolo fu il solo obiettivo del governo”.

Marco Aurelio ìstituì l’anagrafe, riformò il processo penale ripulendolo da abusi e condanne non basate su prove certe, regolarizzò le vendite pubbliche punendo severamente malversazioni e ruberie, colpì l’usura e preferì spendere il denaro in opere di pubblica utilità, piuttosto che in feste e giochi gladiatori.

Nei processi da lui presieduti cercò sempre la massima giustizia ed equità per tutti, anche quando doveva emettere una condanna secondo le leggi.

Ricordiamo ad esempio la non punibilità di un figlio che avesse ucciso un genitore in un momento di follia, materializzando così un primo concetto di infermità mentale (Digesto, I, 18, 13, 1 Digesto XLVIII, 9,9,2).

Come molti imperatori, Marco Aurelio trascorse la maggior parte del suo tempo ad affrontare questioni di diritto come petizioni e controversie, prendendosi molta cura nella teoria e nella pratica della legislazione.

Avvocati di professione lo definirono un “imperatore versato nella legge” e, come sosteneva il grande Emilio Papiniano, “molto prudente e coscienziosamente giusto”.Mostrò uno spiccato interesse per tre aree del diritto: l’affrancamento degli schiavi, la tutela degli orfani e dei minori, e la scelta dei consiglieri cittadini.

La sua statua equestre, che nel 1538 grazie a Michelangelo venne collocata a piazza del Campidoglio a Roma, si salvò dalla fusione perché erroneamente conosciuta, nel Medioevo, come “Caballus Costantini”, cioè una raffigurazione del primo imperatore cristiano. 

Quando morì il 17 marzo del 180, certo non poteva immaginare che quei suoi pensieri tanto intimi e personali, a distanza di quasi due millenni dalla sua scomparsa, ancora tanta saggezza e consolazione avrebbero arrecato all’uomo contemporaneo.

Marco Aurelio ci ricorda quanto sono infinitamente piccole e fugaci la passioni degli uomini, nient’altro che “zuffe di cani intorno a un osso”; la gloria è oblio e illusione.

L’imperatore filosofo aveva il sentimento dello Stato, per cui tutto deve essere subordinato al bene della cosa pubblica: “Come Antonino, la mia città e la mia patria è Roma; come uomo, il cosmo”.

Belle parole che trasmettono la grandezza del pensiero di chi ha saputo “prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà”.