
L’attualità dei temi contenuti nelle Considerazioni sul Processo Criminale edito nel 1787 quando l’autore aveva trentotto anni è sconvolgente per la riproposizione di tematiche mai risolte: la terzietà del giudice, il deciso vantaggio dell’accusatore sull’accusato, il diverso metro di giudizio sulle testimonianze che Pagano deplora con le parole “la maggior fede si accordi ai testimoni fiscali, e niuna o poca a testimoni del reo”, tutto questo rende fluida e appassionante la lettura a distanza di ben 235 anni dalla pubblicazione.
Francesco Mario Pagano, illuminista e sostenitore della Repubblica Napoletana, definito dallo Zar Paolo I come “il più grande giurista di tutti tempi“, a seguito di un processo sbrigativo e corrivo giustiziato a Napoli in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799 sul patibolo.
Con il suo progetto di Costituzione Napoletana ci ricorda che “la libertà è la facoltà dell’uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace, colla sola limitazione di non impedire agli altri di fare lo stesso”.
Sulla base di questo profetizza anche la graduale affermazione del sistema accusatorio con particolare riguardo al pubblico giudizio.
Pagano è stato avvocato dei poveri presso il Tribunale dell’Ammiragliato, di cui fu successivamente giudice.
Dal progetto di Costituzione Napoletana nel 1779, alla legge per l’abolizione della tortura, nelle Considerazioni sul Processo Criminale del 1787 esprime profeticamente la necessità, collegata all’instaurazione di una forma di governo Repubblicana, di un processo penale accusatorio, attraverso la graduale trasformazione, riforma dopo riforma, del sistema inquisitorio passando per sistemi misti. L’impostazione di Pagano riflette il senso realistico acquisito con l’esercizio della Professione. La direzione impressa oltre che da principi utilitaristici ed umanitari, dalle osservazioni ed esperienze soggettive lo porta ad individuare nel sistema del processo penale l’indicatore privilegiato del grado di civiltà raggiunto da un popolo.
La legislazione criminale deve intervenire solo quando “impunemente il cittadino offender si può, che certa e stabile pena non arresti, o punisca l’offensore“.
La sicurezza del singolo è la prerogativa affinché si possa godere dei diritti di cittadinanza “senza impedimento alcuno“.
La libertà civile è infine tutelata attraverso il “giusto mezzo” processuale che eviti l’impunità dei colpevoli e la condanna degli innocenti.
La pubblica sicurezza e l’esatto castigo dei rei devono combinarsi nelle loro diverse ed opposte posizioni affinché “entrambe l’una all’altra non si oppongano, ma cospirino insieme allo stesso fine“.
La terzietà del giudice è l’esigenza che Pagano propugna con queste parole: “Il giudice è il mezzo tra i due litiganti. Egli compara l’opposte e contrastanti ragioni, le bilancia e poi giudica”.
Il modello ideale pone al centro la precisa separazione tra giudice accusatore ed accusato, libertà di accusa, uguaglianza delle parti processuali, pubblicità, oralità e sul piano realistico individua “i pubblici giudizi” come “l’oggetto più principale, e più interessante della legislazione penale“.
“Il criminale processo stabilendo la formula dei pubblici giudizi è la custodia delle libertà, la trincea contro la prepotenza, l’indice certo della felicità nazionale“. (Francesco Mario Pagano, Considerazioni sul Processo Criminale, Napoli 1787).

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