Giornalisti che intervistano giornalisti: bene, non benissimo

Ieri sera, non avendo di meglio da fare, ho visto Otto e mezzo.

Gruber alla conduzione e cinque ospiti: Mariolina Sattanino (giornalista), Tomaso Montanari (storico dell’arte, rettore dell’università per stranieri di Siena, saggista, opinionista e blogger), Stefano Feltri (giornalista, direttore di Domani), Alessandro Giuli (giornalista di Libero) e Orietta Moscatelli (caporedattore esteri di Askanews e analista di Limes).

Cinque giornalisti più un ospite (Montanari) che scrive abitualmente per la stampa.

Non certo una sorpresa. Da tempo il cast più diffuso delle trasmissioni giornalistiche è proprio questo: giornalisti che conducono e giornalisti che partecipano ed esprimono le loro opinioni.

Non è neanche, non necessariamente, una questione di competenze: i giornalisti scovano fatti e li trasformano in informazioni, quindi sono informati per definizione.

Eppure, ho avuto lo stesso l’impressione di una nota stonata.

Se ci si pensa, la puntata di Otto e mezzo (e tante altre trasmissioni simili), così come è stata concepita, trasforma opinioni in fatti piuttosto che il contrario.

Nello specifico i fatti di ieri – posto che si è parlato principalmente dell’escalation dell’aggressione putiniana – erano l’auspicio pacifista di Montanari, l’algido antagonismo di Feltri, le interpretazioni offerte dagli altri ospiti.

Un circuito chiuso, quindi: i detentori dell’informazione e del potere che ne deriva – quale che sia il loro orientamento – si costituiscono in una cerchia autoreferenziale che pretende di bastare a se stessa; agli altri, a quelli che stanno fuori, arriva solo quello che la cerchia vuol fare arrivare.

Come non bastasse, per quasi tutta la puntata ha campeggiato sullo sfondo questo titolo: “MELONI, GOVERNO NUOVO E VECCHI AMICI”.

Era visibile fin dall’inizio, quando ancora si parlava di Putin e dei suoi atteggiamenti da Dottor Stranamore.

Sì, la Gruber non ha mancato di ricordare le parole di condanna della Meloni verso l’aggressione russa ma intanto il titolone era sempre lì.

E finalmente, esaurito il filone russo, si è iniziato a dibattere del sistema di alleanze europee che la leader di Fratelli d’Italia verosimilmente privilegerà.

Tirata in ballo la partecipazione alla kermesse di Vox, soprattutto evocato il modello polacco al quale la Meloni sembrerebbe volersi ispirare.

A questo punto si è accennato alla caratteristica essenziale di quel modello, la volontà di far prevalere l’ordinamento nazionale su quello europeo, e sono state espresse le preoccupazioni del caso.

Nessuno dei presenti, tuttavia, ha saputo, almeno a mio parere, spiegare compiutamente agli spettatori i termini esatti della questione e solo fugaci cenni sono stati riservati al fatto che la tentazione di primazia del diritto nazionale non è soltanto polacca.

C’era quindi un fatto politico, al quale sono state dedicate molte opinioni, ma c’era anche un fatto tecnico che è stato sostanzialmente tralasciato.

Tornano quindi in ballo l’autoreferenzialità e questa volta anche le competenze o, forse meglio, la loro assenza.

E intanto il titolone era sempre lì.

Come usa dire adesso: bene, non benissimo.