Donne al comando (Vincenzo Giglio)

Sono sempre più numerose le crepe e le brecce nel “soffitto di cristallo” che anche nel passato recente ha ostacolato l’accesso delle donne alle postazioni apicali pubbliche e private, lì dove risiede il potere vero e si ha la possibilità di fare la differenza e provare a cambiare il corso delle cose.

Questo vento nuovo soffia impetuosamente anche nell’ambito della giustizia e crea nuove crepe in quel soffitto o allarga quelle vecchie.

Negli ultimi giorni Silvana Sciarra è stata eletta come successore di Giuliano Amato alla presidenza della Corte costituzionale, per di più prevalendo al ballottaggio su un’altra donna, Daria de Pretis, e l’irlandese Siofra O’Leary è la nuova presidente della Corte europea dei diritti umani, succedendo all’islandese Robert Spano.

Nel frattempo Marta Cartabia continua a guidare il dicastero della Giustizia e di qui a breve, dato l’esito ormai acquisito delle elezioni politiche, è assai probabile che Giorgia Meloni, leader del partito e della coalizione che hanno vinto largamente, sarà il primo Presidente del Consiglio dei ministri donna dell’età repubblicana.

Ed ancora, sempre più donne arrivano ai vertici della professione legale, fondando e guidando studi associati di importanza nazionale o loro dipartimenti primari.

È un fenomeno positivo, è bene che accada, vuol dire che diminuiscono le ingiustificate resistenze all’attribuzione alle donne di responsabilità di comando e che sempre più donne si rifiutano di farsene condizionare, valorizzando esse stesse in modo illuminato e proficuo le competenze acquisite.

Vuol dire, soprattutto, che l’assetto sociale contemporaneo assomiglia un po’ più che in passato (ma non ancora quanto serve) al modello costituzionale di società tra liberi e uguali.

Riconosciuta questa scontata verità, qualcuno potrebbe chiedersi se esista, e in caso di risposta positiva quale sia, lo specifico della donna alla guida, se le donne che comandano e quindi definiscono l’assetto, il funzionamento e gli scopi dell’organizzazione di cui sono leader dispongano di asset diversi da quelli maschili e se reagiscano alle sfide e alle difficoltà in modi diversi.

È bene avvertire che l’interrogativo è qui posto in esclusiva relazione alle società occidentali.

L’ovvio punto di partenza è l’annientamento – indiscutibile e largamente condiviso sul piano concettuale, magari ancora oggetto di resistenze nella vita reale – delle tanti visioni storiche che hanno generato altrettanti modelli negativi di ciò che è “femminile”.

Mettiamo allora serenamente da parte gli estremismi della patristica cui si devono aberrazioni che hanno imposto un altissimo e lunghissimo prezzo alle donne. Basti qui ricordare che si negò che fossero immagine di Dio (come erano invece gli uomini) e si attestò senza esitazioni che fossero la “porta del diavolo” (Tertulliano),  il “sesso debole e volubile” (Giovanni Crisostomo), utili soltanto alla procreazione (Sant’Agostino), creature della lussuria (Origene), esseri disprezzabili che dovrebbero provare vergogna per la loro infima condizione (Clemente di Alessandria) e così via.

Le cose non cambiarono di molto nelle società medievali: anche in quei lunghi secoli le donne continuarono a essere assoggettate al patriarcato imperante, esseri deboli e fragili che dovevano essere tutelati dagli altri come da se stesse. Questa visione non impedì ovviamente di addossare loro l’intera responsabilità della vita domestica e delle relative incombenze, così come delle attività esterne che si considerava di potere affidargli (lavori agricoli, cura degli animali domestici, piccoli commerci).

Movimenti e variazioni nella condizione femminile cominciarono a manifestarsi nei secoli successivi: maggiore accesso all’istruzione, piccole concessioni in termini di autonomia (ma prevalentemente intese in ambito domestico), ampliamento della loro possibilità di espressione intellettuale a artistica. Tutto questo, però, perfino durante l’Illuminismo, fu inteso all’interno di una cornice paternalistica, quasi alla stregua di una graziosa concessione di chi aveva in mano il potere reale.

E infine a seguire le battaglie femminili del Novecento e le lente ma progressive conquiste che hanno prodotto il risultato formale della piena equiparazione delle donne agli uomini in termini di diritti civili e sociali.

Oggi rimangono ancora gap di non poco conto, pregiudizi lentissimi a cedere, ostacoli concreti così ostinati da richiedere misure normative per essere rimossi (basti pensare, a mo’ di esempio, alla rappresentanza di genere negli organi direttivi delle società quotate e negli organi di indirizzo politico degli enti locali) ma è indiscutibile che sempre più donne occupano postazioni di potere.

Si può affermare con sufficiente credibilità che sono stati smascherati e rimossi gli espedienti ideologici, unitamente alle vistose contraddizioni su cui si reggevano, utilizzati storicamente per proclamare che le donne erano meno degli uomini.

È auspicabile che il completamento di questo percorso “riabilitativo” della condizione femminile renda inutile cercare  i “più” al posto dei “meno” e tolga interesse alla ricerca di differenze ulteriori e diverse rispetto a quelle proprie della fisiologia umana.

In altre parole: staremo meglio e avremo raggiunto il miglior equilibrio quando, in presenza di una donna leader, ci dimenticheremo che è una donna e parleremo soltanto delle sue qualità e competenze.

Questa è la miglior risposta, anzi l’unica, che mi sento di dare all’interrogativo iniziale.

Non sono affatto sicuro che sia quella giusta ma così penso.