55 magistrati belgi chiusi volontariamente in carcere per capire com’è (di Vincenzo Giglio e Riccardo Radi)

Il 27 ottobre 1948 era in corso la seduta pomeridiana della Camera dei Deputati.

Chiese di parlare il deputato Piero Calamandrei che aveva appena presentato un ordine del giorno allo scopo di ottenere la nomina di una commissione d’inchiesta su carceri e tortura nelle carceri.

Fece un discorso appassionato che fu pubblicato l’anno dopo dalla rivista Il ponte col titolo Bisogna aver visto.

Se ne riporta un passaggio significativo: “Bisogna vedere, bisogna starci, per rendersene conto. Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d’appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe essere pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima esperimentato quella realtà sulla quale doveva sorvegliare. Vedere! Questo è il punto essenziale”.

Quelle parole di Calamandrei tornano prepotentemente alla memoria con uno spunto di cronaca (qui il link all’articolo pubblicato ieri dal quotidiano Le Figaro).

La notizia è stata data da Vincent Van Quickenborne, ministro della Giustizia del Governo belga: 55 magistrati belgi volontari (sia PM che giudici) hanno accettato di rimanere rinchiusi nella nuova prigione di Haren, un penitenziario che a regime sarà in grado di ospitare quasi 1.200 detenuti.

La loro permanenza in istituto è prevista dalle 9 di sabato fino alle 16 di domenica.

Il trattamento loro riservato è identico a quello dei detenuti, ivi compreso l’obbligo di uniformarsi alle istruzioni impartite dal personale penitenziario.

Gli è vietato usare il cellulare ma gli è consentito ricevere la visita dei familiari.

I magistrati seguono il normale orario giornaliero previsto per i detenuti, consumano gli stessi pasti e svolgono le stesse attività obbligatorie. Sono, tra l’altro, impiegati in cucina e in lavanderia. Alle 22 le luci  dell’istituto si spengono.

Certo, i magistrati belgi non sono stipati in celle affollate, non gli manca l’acqua calda per fare la doccia, non soddisfano i loro bisogni corporali in bagni alla turca esposti alla vista delle guardie o appena celati da un separé di fortuna, non fanno lunghe trafile per avere il permesso di vedere i loro familiari, non corrono il rischio di contrarre di malattie contagiose e, se hanno problemi di salute, il medico c’è subito, non temono di essere picchiati e torturati.

Senza poi dimenticare il più formidabile dei benefit: possono lasciare il carcere a semplice domanda, gli basta dire che non sopportano più la clausura.

Più che giusto, ci mancherebbe altro.

Bisogna aver visto e i magistrati belgi cominciano a dare un’occhiata.

Ci pare un segnale importante.