Concorso in magistratura: cambiano le regole, si potrà partecipare subito dopo la laurea

Dal sito web istituzionale del ministero della Giustizia (a questo link) si apprende che fin dal prossimo bando di reclutamento per il personale di magistratura si applicheranno nuove regole.

Le novità sono state veicolate nel Decreto “Aiuti-ter” e sono queste: per la partecipazione al concorso è d’ora in avanti sufficiente la laurea in giurisprudenza e cessa pertanto l’obbligo di frequenza di tirocini professionali o della scuola di specializzazione per le professioni legali; gli elaborati per le prove scritte potranno essere redatti mediante un computer; i docenti universitari nominati nella commissione di concorso possono chiedere direttamente all’ateneo di appartenenza, senza più necessità di un apposito decreto ministeriale, l’esonero totale o parziale dall’attività didattica.

Sono chiari gli scopi della riforma: le scoperture d’organico della magistratura hanno raggiunto e superato il livello di guardia e incidono pesantemente sulla produttività della giustizia e quindi sulla possibilità di raggiungere tempestivamente il quantum di riduzione dell’arretrato cui è subordinata una quota dei fondi del PNRR; gli ultimi concorsi sono stati superati da percentuali assai basse di candidati; occorre quindi correggere la rotta, introdurre modalità più rapide di reclutamento e ampliare la platea dei candidati.

È una novità da salutare con favore.

Il regime vigente ha comportato un aumento considerevole del tempo della formazione degli aspiranti candidati  e un innalzamento altrettanto considerevole dell’età media di ingresso in magistratura, senza dare in cambio alcun incremento rilevante delle loro competenze.

Ma, se queste sono le ragioni, si potrebbe forse cominciare a prendere in considerazione altri aspetti.

Si potrebbe riflettere sull’effettiva necessità di un corso di laurea di cinque anni piuttosto che di quattro come è stato in passato, partendo dalla constatazione del numero sbalorditivo delle materie e cattedre inutili proliferate col passaggio al quinquennio.

Si potrebbe ridurre l’approccio prevalentemente teorico tipico di parecchie facoltà di giurisprudenza e rafforzare abilità pratiche, con esercitazioni, simulazioni, discussioni partecipate di casi pratici con divisioni di ruoli come in un’aula giudiziaria.

Si potrebbe anche insegnare a rifuggire la compiacenza e l’ossequio a prescindere verso dottrina e, soprattutto, giurisprudenza e stimolare pensiero autonomo e indipendente e così liberare e scatenare il talento quando c’è, e di sicuro ce ne è.

Si potrebbe?