La difesa penale ai tempi di Mani pulite e i suoi effetti di lungo termine (Vincenzo Giglio)

Ci sono periodi in cui tutto cambia velocemente e chiunque vi assista capisce che dopo le cose non saranno più come prima.

Così avviene anche per la giustizia e la stagione di Tangentopoli e Mani Pulite fu uno di quei periodi.

Cambiò davvero tutto: le Procure – in testa quella di Milano – occuparono il centro della scena, dentro e fuori il processo; la spettacolarizzazione mediatica delle inchieste e dei processi divenne un’abitudine; le cose della giustizia penale divennero affare corrente di cui si parlava nelle famiglie e nei bar; la politica incorporò profondamente quella sensibilità popolare e se ne fece rappresentante al punto che il garantismo di marca liberale divenne quasi una posizione di retroguardia difesa soltanto da singoli individui e da cerchie ristrette.

Indagini e arresti a raffica – alla fine si contarono a migliaia – e quindi tanti avvocati all’opera.

Come interpretarono il loro ruolo e come reagirono allo strapotere dei PM?

Qualche testimonianza di chi c’era può aiutare.

Per primo Ennio Amodio, cattedratico, componente della commissione incaricata di redigere il progetto preliminare del codice di procedura penale attualmente vigente, importante avvocato del foro milanese.

È la persona giusta per descrivere il clima di Mani Pulite (E. Amodio, Mani Pulite: una giustizia con l’elmetto, in Discrimen, 7 marzo 2022, a questo link): “Ricordo una mattina in Procura, in uno stanzone pieno di una decina di persone accorse spontaneamente per confessare le modalità e gli importi delle tangenti versate a funzionari pubblici. Ciascuno sedeva davanti ad un esponente della polizia giudiziaria che verbalizzava il racconto di imprenditori tremanti e manager ansiosi di vuotare il sacco per scampare alla galera. Un magistrato si muoveva tra i diversi punti di ascolto e verificava gli importi delle mazzette costitutive di reato. E in qualche caso il magistrato esplicitava la sua censura: «Solo duecento milioni di mazzette con il fatturato enorme che ha la sua azienda? Non è credibile: a San Vittore». Ho visto un anziano inquisito invocare stralunato un po’ di pietà: «Il carcere no, dottore, ho detto tutta la verità, mi creda!». Era questa la pratica della territio di medievale memoria. L’indagato doveva capire che collaborare con la giustizia era un dovere sanzionato con il carcere quando la bocca rimaneva troppo cucita. Mi è capitato di assistere un indagato che non riusciva a soddisfare l’esigenza del pubblico ministero. Ed ecco la reazione, come un colpo di frusta: «Lei non sta raccontando tutto quello che sa, se va avanti così sa dove va a finire? A San Vittore, perché il giudice ha già firmato un ordine di custodia in carcere che ora spetta a me eseguire». Una frase pronunciata sventolando un atto che confermava la decisione del giudice”.

E poi Giuliano Spazzali, mitico avvocato del Soccorso Rosso Militante e difensore di Sergio Cusani nel processo più iconico di Mani Pulite.

Nel 2017, intervistato da Gianni Barbacetto per Il Fatto Quotidiano (qui il link all’articolo titolato “Io e Cusani contro il ‘Trio Lescano’ [il riferimento va inteso ad Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, i tre PM di punta del pool Mani Pulite, NdA]. La mia Mani pulite a mani nude”), espresse un giudizio nettissimo: “Come si è comportata, in Mani pulite, l’avvocatura? Ne è uscita malissimo. Faceva a gara a portare i clienti in Procura a confessare. Ma l’avvocato non deve dare un contributo a cambiare il contesto sociale, fa un altro lavoro. Io ho avuto la fortuna di avere un cliente, Sergio Cusani, robusto e non cinico e baro”.

Dichiarazioni interessanti ha fatto anche Ivano Chiesa (all’epoca dei fatti giovane collaboratore dell’avvocato Corso Bovio), intervistato il 17 febbraio 2022 da Luca Fazzo per Il Giornale (l’intervista, titolata “Mani pulite ci travolse. E i clienti confessavano per non finire in cella”, è consultabile a questo link): Quando capì che stava esplodendo qualcosa? «Ricordo bene il giorno dell’arresto di Chiesa, anche perché lo avevo visto uno o due anni prima nello studio di Bovio. Ma lì per lì non ci diedi grande peso. Nessuno immaginava quello che sarebbe accaduto». E invece? «Invece nel giro di due mesi venimmo travolti come studio legale da una ondata impressionante, una cosa mai vista prima. Arrivavano clienti in continuazione, si era creato un meccanismo di arresti su arresti, ogni giorno c’erano retate e a volte più volte al giorno. La processione continuò per mesi, in estate eravamo nel pieno del macello al punto che in agosto appena arrivato al mare venni chiamato da Bovio: torna indietro». Cosa vi chiedevano i clienti? «Sempre la stessa cosa: di poter andare da Di Pietro per raccontare tutto in modo da non essere arrestati. Una sera alle nove mentre uscivo dal lavoro me ne trovai davanti uno che voleva un appuntamento. Gli dissi di tornare domani. E lui: domani è tardi, potrei essere già dentro». Cosa li spingeva a correre a confessare? La paura o il pentimento? «In primis la paura. Negli imprenditori c’era anche la incredulità, ma come, ho pagato e devo anche andare in galera?. E soprattutto c’era la preoccupazione concreta, ho cinquecento dipendenti, devo pensare alle loro famiglie, facciamo fuori questa storia e buona notte. Loro erano l’anello debole del sistema perché avevano molto da perderci. Di Pietro lo capì perfettamente». E voi avvocati cosa facevate? «Ti facevi spiegare bene la situazione. Se capivi che l’arresto era inevitabile e c’era la volontà di confessare andavi da Di Pietro a chiedere appuntamento. La mattina dopo eri davanti a lui col tuo assistito. Lui ti accoglieva, ti ascoltava e verificava tutto in diretta perché aveva non solo una capacità di lavoro enorme ma una memoria prodigiosa. L’indagato gli diceva una cosa e lui lo fermava, andava a ripescare un verbale magari di sei mesi prima e gli contestava: eh no, qui le cose stanno diversamente». Gli avvocati milanesi si trasformarono in accompagnatori? Abiurarono al loro dovere professionale? «É un’accusa che hanno fatto in diversi ma è ingiusta. Bisognava trovarsi nella situazione, col cliente che aveva capito l’antifona e premeva per sbrigare la cosa il prima possibile. Cosa avremmo dovuto dire, no guardi lei deve fare l’eroe?». É vero che chi finiva a San Vittore usciva solo se parlava? «Assolutamente sì. Il dottor Davigo arrivò anche a teorizzare la legittimità di quella prassi. Fu una forzatura che poi divenne costante in tutti i processi di tutti i settori e le cui conseguenze paghiamo ancora oggi».

Dichiarazioni simili a quelle di Chiesa ha fatto di recente l’avvocato Massimo Di Noia in un convegno organizzato dall’Ordine degli avvocati di Milano e poi in uno scritto pubblicato su Sistema Penale per rispondere ad alcune neanche tanto velate critiche del professore Giovanni Fiandaca: i suoi assistiti che rischiavano l’arresto volevano evitarlo ad ogni costo e con qualsiasi mezzo e in casi del genere il compito del difensore era di tutelare questa loro volontà, anche laddove avesse comportato confessioni.

Cosa debba fare un difensore in un contesto così travolgente come fu Mani Pulite e nel confronto con accusatori pubblici più potenti che mai e con le manette sempre pronte, non è facile a dirsi.

Non lo è neanche stabilire quale sia il miglior interesse dell’accusato in un frangente simile in cui la violazione dell’ortodossia procedurale era diventata la regola: se resistere, pagando il prezzo di una sicura e lunga carcerazione preventiva, e sperare in un futuro e incerto ripristino delle regole violate, oppure evitare la galera con una pronta confessione (ancora meglio se estesa ad altri), patteggiare una pena ridotta, leccarsi le ferite e farsi dimenticare.

Una cosa è certa tuttavia: prevalse di gran lunga il modello difensivo non oppositivo.

La sostanziale assenza di reazioni alla disinvoltura procedurale dei PM di Mani Pulite (con l’adesione sostanziale – è giusto ricordarlo – di tutti gli anelli della sequenza di controllo e garanzia messa in campo dal codice Vassalli e dunque giudici delle indagini preliminari, tribunali del riesame, Corte di cassazione) provocò una profonda alterazione delle regole del giusto processo i cui effetti negativi sono ancora tra noi.

Gli avvocati e l’avvocatura penalista denunciano oggi un trend giudiziario di noncuranza verso i diritti della difesa. Hanno ragione ma tutto cominciò trent’anni fa e qualche domanda dovrebbero farla anche a se stessi.