Andy Warhol, ispiratore e principale esponente della pop art, l’aveva capito decenni fa: la serialità è parte del nostro tempo e di tutti noi che viviamo in questo tempo.
Che c’entra con la giustizia penale? Molto, moltissimo.
Sessant’anni fa Warhol realizzò un’opera che ancora oggi è tra le sue più famose: 32 tele che ritraevano tutte le versioni allora esistenti delle lattine di zuppa Campbell.
A guardarle insieme sembravano uguali e praticamente lo erano tranne qualche piccolo dettaglio.
Qualcosa di molto simile avviene nella giustizia penale ed è la strabiliante tecnica del copia-incolla che tutto il mondo ci invidia.
Nata nel rapporto tra PM che chiede e GIP che risponde e favorita dalla digitalizzazione degli atti, si è rivelata così poliedrica e versatile da estendersi ben presto ad ogni fase e grado del giudizio penale.
Nella sua applicazione primigenia funziona così.
Immaginiamo un PM che dopo mesi o anni di indagini abbia accumulato colline o montagne di atti (informative di centinaia o migliaia di pagine, numerosi faldoni di brogliacci – i mitici brogliacci – di intercettazioni, accertamenti tecnici e chi più ne ha più ne metta).
Il nostro, consapevole del valore del lavoro compiuto, ritiene giunto il momento di sottoporlo al GIP e chiedere una misura cautelare per questo o quello o, più facilmente, per questo, quello e quell’altro ancora.
Il GIP, ricevuta la collina o montagna e disponendo del suo equivalente digitale, si trova di fronte a un bivio mentale degno di Amleto: leggere o non leggere, questo è il dilemma; se sia più nobile perdere mesi di tempo a scorrere ogni pagina (e nel frattempo essere incalzati dal PM di cui sopra) o lasciarsi rapire dalla bellezza di quel mare infinito di atti e attingervi a piene mani, senza nessuna variazione; ma soprattutto, e qui torniamo alla pop art, se sia meglio seguire la propria strada solitaria oppure accodarsi alla mainstream e seguire la scia di tutti gli altri concorrendo così a una mirabile serialità.
C’è però un problema.
Warhol ebbe l’accortezza di variare le 32 serigrafie delle lattine Campbell: c’era quella di cipolle, quella di piselli, quella di pollo.
Capita invece nella realtà giudiziaria che in qualche caso questa accortezza manchi. Il risultato inevitabile è che se il PM ha prodotto una zuppa di fagioli, sarà di fagioli anche quella del GIP. Se è buona la prima sarà buona anche la seconda ma se la prima è avariata, l’avaria contagerà anche la seconda. E comunque sia, l’identità di sapore è già un male in sé.
Ecco allora che ai tribunali del riesame e, se non basta, anche ai collegi della Cassazione tocca dire qualcosa.
Il popolo chiede cosa ed è presto detto.
Il GIP – dice la Cassazione – non è un pop-artista e la serialità non è roba che fa per lui.
Deve valutare autonomamente gli atti e deve dimostrare la sua autonomia. Quello che scrive nella sua risposta formale alla domanda del PM deve far comprendere che ha letto gli atti, che li ha capiti, che li ha rielaborati (se occorre – e Dio solo sa quante volte occorre – con spirito critico), che ha saputo connetterli a ciascuna specifica contestazione, che ne ha valutato con prudenza e razionalità l’efficacia indiziaria, che ha perfino valutato se sia necessario oppure no emettere la misura cautelare e, in caso positivo, scegliere quella giusta, cioè quella meno afflittiva data l’esigenza cautelare rappresentata dal PM e condivisa da esso GIP.
Non servono a nulla, di conseguenza, le formule stereotipate (vale a dire le frasi di circostanza buone a nulla e capaci di tutto) e la mera parafrasi delle argomentazioni del PM (cioè la pura e semplice copiatura con qualche parola cambiata qua e là).
Non serve a nulla, in altri termini, il giudice adagiato e, se si adagia, è un non-giudice.
E quindi, per finire, un po’ di copia-incolla va bene, soprattutto se è estate e fa caldo e i sali minerali vanno via col sudore.
Ma niente serigrafie e niente zuppe replicate all’infinito perché il risultato sono persone limitate nella loro libertà senza manco dargli la possibilità di capire se lo abbia deciso il PM o il GIP.
